Alfano, Fava e Francese: gennaio mese tragico e di riflessione
Giuseppe Fava, Beppe Alfano, Mario Francese, tre giornalisti uccisi, tutti a gennaio, mese tragico di dolore e memoria. Ad Andrea Tuttoilmondo, presidente regionale dell'Unci, che del ricordo dei colleghi caduti per mano della mafia ha fatto un impegno morale, abbiamo chiesto una riflessione
Se un’espressione entrata ormai nel gergo comune ci dice che “la mafia uccide solo d’estate”, è altrettanto vero che Cosa nostra ha riscosso dal mondo del giornalismo il suo tributo più alto in pieno inverno. Così le storie innanzitutto umane di Pippo Fava, Beppe Alfano e Mario Francese sono divenute, in tre distinte sere di gennaio, crocevia di coscienza e di riflessione su cosa significhi, ieri come oggi, l’eterna librazione tra l’umana consapevolezza del pericolo da una parte, e un titanico senso del dovere dall’altra.
Attorno a queste tre grandi esperienze professionali si sono formate intere generazioni di cronisti. Chi li ha conosciuti e ha lavorato al loro fianco, chi ne ha raccontato la vita e la morte, e soprattutto le ragioni della loro morte, ha tessuto un filo che in quasi quarant’anni ha saputo idealmente cucire e tenere insieme, sotto il comune denominatore di quei tre nomi, un mondo oggi sempre più nebulizzato per crisi e per naturale vocazione. E ciò vale soprattutto per la nuova classe di cronisti, per la quale, per ragioni anagrafiche, quelle tre vite sono solo storia, ma costituiscono una straordinaria ragione di sintesi ancor più di quanto non lo sia stata per altre generazioni che l'hanno preceduta.
Il tempo corre veloce. Un ritmo incontenibile e inarrestabile che ci porterà, già alla fine di queste righe, a fare i conti con una realtà, per quanto impercettibile, diversa da quella che era quando abbiamo iniziato la nostra lettura. Facile dunque immaginare la siderale distanza che separa il mondo di Fava, di Alfano e di Francese da quello di oggi, in cui gli spettri e le preoccupazioni più grandi per i cronisti non sono più soltanto connesse al loro lavoro d’inchiesta e di ricerca, ma soprattutto al contesto così incerto in cui si muove chi svolge adesso questo mestiere.
Perché più di ogni altra cosa, la veste dell’informazione cambia. Cambiano le persone, cambiano gli strumenti, cambiano i modi e i punti di vista dai quali raccontare i fatti. I fatti stessi cambiano. Il giornalismo, come ogni altra cosa al mondo, piuttosto si evolve assumendo forme sempre nuove per sopravvivere, dimostrando in certi casi di sapersi adeguare ai tempi con maggior disinvoltura di chi, perdendosi in mille rivoli pseudo-intellettuali, preferisce profetizzarne la morte anziché seguirne l’esempio.
Ed è proprio qui, in questo contesto così difficile da interpretare, che l’insegnamento di Pippo Fava, di Beppe Alfano e di Mario Francese, così come quello di tutti quei cronisti costretti al silenzio, diviene prezioso e ci viene in soccorso dal passato per interpretare il futuro, come una cartina per trovare la strada. E il loro insegnamento è il coraggio. Ma non quel coraggio che fa rima con incoscienza; quel coraggio piuttosto che è sinonimo di curiosità. Esigenza primaria di sapere, di capire, di conoscere le cose, e attraverso la loro interpretazione, per sè e per gli altri, colmare quelle distanze che separano il buio dalla luce, fosse anche per illuminare soltanto un piccolo lembo di verità. Fosse anche una verità dolorosa. E in questo contesto mi piace rivolgere un delicato pensiero a Giuseppe Francese, che nel nome di quel coraggio, divenuto bisogno primario, ha segnato la sua vita insegnandoci che la verità, a volte, è come la tomba di Don Chisciotte: non ci è dato nemmeno di sapere se esiste; ma sarebbe comunque un atto imperdonabile non avventurarsi per cercarla.
Questo dovrebbe essere il giornalista. Questo sono Pippo Fava, Beppe Alfano e Mario Francese in quelle tre sere di gennaio. Quarant’anni fa, come oggi: colui che accostandosi con lealtà e curiosità ad un determinato fatto lo valorizza e lo nobilita, già per il semplice gesto di avervi posato sopra lo sguardo. E non esiste social, non esiste polemica, non esiste strumento che mutando nel tempo possa scalfire in alcun modo questo rapporto quando è sincero. Curiosità e lealtà. E' questo lo spirito che sta alla base del nostro mestiere, ne segna il corso e ne detta la rotta.
Andrea Tuttoilmondo
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