Chi difende i giornalisti?
ECCO PERCHÉ L’ORDINE NON PIACE
La professione giornalistica è sempre più sotto attacco. Da Roma a Palermo. Nelle aziende editoriali come nei palazzi della politica e purtroppo anche nelle sedi delle Istituzioni professionali, che dimostrano di essere quanto mai distanti da chi vive di questo mestiere.
Gli editori cercano di chiudere i conti con i giornalisti e, di fronte a una crisi che colpisce tutti, approfittano dei numeri sempre crescenti degli iscritti (e degli abusivi) per tenere le retribuzioni dei collaboratori a livelli infimi e per cercare di liberarsi dei lavoratori dipendenti. Vogliono poi limitarsi solo a tagliare, senza alcun rispetto per la qualità dell’informazione, in parecchi casi ignorando e calpestando le regole deontologiche. Quando però si chiede all’INPGI un minimo e minuscolo intervento chiarificatorio, per applicare la famosa Carta di Firenze, la risposta è burocratica e priva di senso.
L’informazione istituzionale, strappata ai giornalisti in nome di una pelosaspending review, viene espropriata dai politici, dai burocrati, da abusivi che nulla hanno a che vedere con il nostro lavoro o viene affidata, in forme per nulla trasparenti, a giornalisti sottopagati e privi di diritti, di contratti, di garanzie.
La vecchia come la “nuova” politica puntano apertamente a forme di “democrazia diretta” e di “comunicazione diretta” che hanno precedenti poco rassicuranti nelle dittature di ieri e di oggi. Così come decisioni incomprensibili, che rivoluzionano e allargano a dismisura l’accesso alla professione, spiace doverlo dire, vengono adottate dal pletorico Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti.
Tutto questo avviene mentre colleghi giornalisti siciliani come Cristina Puglisi e Leonardo Orlando, che per il loro lavoro vengono pagati pochi euro – da sempre, e dunque non a causa della crisi – diventano oggetto di minacce, intimidazioni e atti violenti. L’Ordine cerca, per quanto gli è possibile, di difenderli e tutelarli. Ma chi difende l’Ordine e dunque i giornalisti siciliani?
UFFICI STAMPA SENZA STAMPA
L’Ordine di Sicilia ha notificato al presidente della Regione, Rosario Crocetta, e agli assessori della sua giunta, una formale diffida per la continua divulgazione di comunicati stampa privi di firma o firmati da persone non iscritte all’albo dei giornalisti, fra i quali ci sono gli stessi esponenti politici, burocrati regionali e impiegati, che curano in prima persona i rapporti con gli organi di informazione, ignorando del tutto le funzioni e le specificità degli uffici stampa, previsti per legge.
Analoghe iniziative saranno adottate nei confronti di altre amministrazioni pubbliche, territoriali e non solo, che allo stesso modo ignorano o calpestano deliberatamente le regole.
Crocetta ha replicato sostenendo che con la sua mail il presidente della Regione sarebbe «libero di annunciare al mondo quello che voglio, sono libero di scriverlo su Facebook e sono libero di parlare con le agenzie di stampa quando voglio. Accusarmi di esercizio abusivo della professione è incredibile: io mica parlo degli altri, parlo di me stesso. La tutela dei giornalisti non può calpestare i diritti costituzionali che consentono a chiunque di esprimere liberamente il proprio pensiero».
Risposta evidentemente fuorviante: nessuno pensa infatti di limitare i diritti di chicchessia, meno che meno di un presidente della Regione, di parlare con la gente, con le agenzie e col mondo intero. Ma le regole sugli uffici stampa sono scritte e codificate e prevedono che le informazioni istituzionali, non i pensieri di Crocetta, siano gestite dai giornalisti. E anche le dichiarazioni del rappresentante dell’Istituzione vanno trasmesse dai portavoce, che in Sicilia devono essere pure loro giornalisti. La legalità vale solo per gli altri?
Siamo poi sempre in attesa, dopo la chiusura dell’Ufficio stampa della Presidenza e la rumorosa cacciata dei 21 colleghi che ne facevano parte, di sapere chi siano i nuovi referenti dell’informazione istituzionale alla Regione, come siano stati reclutati, quale tipo di contratto, di retribuzione e di garanzie siano previsti per il loro lavoro, a quali codici deontologici essi rispondano. Vorremmo anche sapere quando, se e come saranno reclutati i nuovi giornalisti: le modalità trasparenti, sbandierate dal presidente della Regione, a parole, in numerosi salotti televisivi, sono finora rimaste solo parole.
RICONGIUNGIMENTO A CHI?
L’Ordine dei giornalisti di Sicilia prende atto con estremo rammarico della decisione del Consiglio nazionale di approvare il cosiddetto “Ricongiungimento”. Con un colpo di spugna, senza tenere in alcun conto gli inequivocabili, aperti e reiterati dissensi provenienti da molti Ordini e associazioni della stampa regionali, e con un colpo di mano dal sapore decisamente elettoralistico, da parte di un Consiglio in scadenza (in maggio i giornalisti saranno chiamati a votare per il rinnovo delle cariche dell’Ordine), sono state di fatto cancellate regole stabilite dalla legge e sono stati modificati – almeno per i prossimi anni – i criteri di accesso alla professione.
L’elenco dei professionisti si prepara così a sostenere un’invasione da parte di colleghi pubblicisti (e in alcuni casi neppure pubblicisti) qualificati e soprattutto non qualificati. Non si comprende il motivo di questa sanatoria nemmeno tanto mascherata, visto che, nella stragrande maggioranza dei casi, per i colleghi qualificati l’accesso si sarebbe potuto ottenere attraverso la norma che prevede il percorso da “free lance”.
L’accesso da free lance prevede però qualche necessario paletto, almeno fin quando la legge che regola la nostra professione sarà quella in vigore. Una legge che dovrebbe essere rispettata, in attesa che venga modificata, e non aggirata con artifizi dannosi come quelli del “ricongiungimento”, votato a maggioranza bulgara (solo 6 i contrari) dal Consiglio nazionale.
Per la nuova forma di accesso all’elenco dei professionisti non si prevede una soglia reddituale minima: si consente così a chiunque di tentare l’assalto alla diligenza. Non si prevede poi la figura del tutor professionale: chiunque potrà così dire “io sono un professionista nei fatti”, senza il minimo di certificazione e senza che nessuno debba personalmente garantire che ciò, anche per quel che riguarda la qualità, corrisponda al vero. Al posto del tutor ci sarà misteriosamente un salvifico corso online a pagamento: chiediamo al Consiglio nazionale, a questo punto, di rendere noto chi lo organizza, chi lo ha ideato e strutturato e di dire con chiarezza se qualcuno ci guadagnerà. Ed eventualmente, quanto.
Ci sono colleghi che per garantirsi l’accesso alla professione hanno speso fior di denari per pagarsi le Università e il mantenimento in città diverse da quelle di residenza; ci sono colleghi pubblicisti, alcuni anche assai validi, che hanno lavorato 24 ore su 24 per raggiungere la soglia reddituale minima e poi presentare la pratica come free lance; ce ne sono ancora altri, fra i quali tantissimi più che qualificati, che pur lavorando 24 ore su 24 non sono riusciti ad arrivare al reddito minimo e le loro richieste di iscrizione sono state respinte.
Tutti questi si vedranno raggiungere o sorpassare, immaginiamo con quale delusione, da altri colleghi, più o meno attrezzati dal punto di vista professionale, cui è stata aperta una corsia preferenziale e che contribuiranno a far crollare ulteriormente il costo del lavoro. E ciò in un momento in cui la categoria soffre per l’occupazione in costante calo. Mentre il nostro lavoro fra l’altro viene pure svolto dagli abusivi, nell’indifferenza di molti. Di troppi.
La stessa indifferenza che ha costituito l’humus su cui seminare la malapianta del “ricongiungimento”. L’indifferenza nella quale la strana e santa alleanza fra editori, politici e burocrati sta cercando di affondare l’Ordine.
/link utili